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articolo sul mensile "Diciannovesima" - aprile 2003
Redazione
Il Piano Regolatore, approvato dal Consiglio Comunale, cancella l’edificazione prevista all’esterno del Comprensorio del S. Maria della Pietà.
A volte si può. A dicembre, il nostro giornale ha lanciato un appello per impedire la prevista edificazione nell’area esterna al S.Maria della Pietà.
La proposta di PRG del giugno 2002 prevedeva 250.000 metri cubi, poi, durante il percorso di discussione in ambito comunale, si era arrivati a circa 50.000.
Grazie alle numerose adesioni al nostro appello, alla mobilitazione delle associazioni ambientaliste ed alla sensibilità di alcuni consiglieri comunali, in particolare dei Verdi e di Rifondazione, in extremis, poche ore prima dell’adozione del Piano da parte del Consiglio Comunale, si è arrivati alla cosiddetta “opzione zero”. Il S.Maria della Pietà resta una centralità urbana, cioè un’area sulla quale investire risorse e progetti, ma senza nuovo cemento.
E’ una bella vittoria, a dimostrazione della possibilità che la partecipazione dei cittadini, l’impegno delle associazioni e la capacità di fare proposte credibili, può, a volte, incidere sulle scelte.
Aver evitato la cementificazione è un risultato prezioso da numerosi punti di vista: perché evita al quartiere di Monte Mario una pressione urbanistica insostenibile (basti pensare al traffico); perché afferma il principio per cui non solo le cubature rendono un’area “centrale”, cioè rilevante per la riqualificazione della città; perché a partire da questa vittoria si può ricominciare a discutere seriamente sul futuro del Comprensorio.
La proposta di edificazione era legata ad una logica tutta “amministrativa” ed economicista, per la quale si sarebbero prima trovate le risorse economiche e poi, semmai, realizzati dei progetti per i cittadini. Questa ipotesi era figlia di una cultura, drammaticamente dominante in materia urbanistica, che qualcuno ha chiamato “pianificar facendo”, fondata sulla rinuncia a progettare la città e leggerne i bisogni per chiudersi in un’ottica tutta tecnicistica e falsamente pragmatica. L’esperienza ci insegna, invece, che questa logica porta, quasi sempre, a compromettere il territorio senza quasi mai recare vantaggi reali, escludendo ogni forma di partecipazione. A riprova di questo è il fatto che, a fronte della “materialità” dei metri cubi, vi era l’assoluta indefinitezza di un progetto di riutilizzo del S.Maria.
Il risultato ottenuto (di cui ci prendiamo, tra i tanti, un pizzico di merito) riapre ora la vertenza per rendere il S.Maria un luogo di cultura, socialità e pace: una vera centralità urbana.
Pubblicato sul mensile “Diciannovesima” Aprile 2003