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comunicato del Coordinamento Residenzialità Psichiatrica del Lazio
All'Attenzione della Presidente e dei Componenti della Consulta cittadina del Comune di Roma
Roma nel maggio 2002, si è costituito il COORDINAMENTO degli operatori delle Residenze per la Salute Mentale del Lazio , a partire dalla necessità di fare il punto sullo stato dell'arte e dal bisogno di individuare e condividere soluzioni per il superamento di alcuni nodi problematici in merito all'assistenza psichiatrica per quanto riguarda i progetti di residenzialità.
Gli operatori che compongono questo Coordinamento hanno da tempo scelto di impegnarsi perché fossero creati all'interno del circuito dei Dipartimenti di Salute Mentale, o in collaborazione o in integrazione, luoghi in grado di affrontare efficacemente i problemi rappresentati dalle situazioni di sofferenza più gravi. Le esperienze avviate in questi luoghi hanno voluto impostare non tanto "strutture contenitori" del disagio, quanto stili di lavoro basati sulla presa in carico del paziente nella quotidianità condivisa, per la realizzazione di progetti di cura, di riabilitazione, di reinserimento sociale. Oggi questi operatori vivono un grande disorientamento nello svolgimento del loro lavoro ed esprimono una forte preoccupazione nonché il bisogno di trovare interlocutori disponibili ad affiancarli e a sostenerli nella difesa e nello sviluppo di ciò che in questo specifico settore fino ad oggi è stato realizzato e che ha prodotto risultati soddisfacenti.
E' per questo motivo che abbiamo chiesto di incontrare la Consulta Cittadina. Lo sviluppo che le strutture residenziali hanno avuto negli ultimi anni è avvenuto non solo come risposta alternativa alle dimissioni dagli ospedali psichiatrici ma per la necessità di trovare risposte adeguate alle situazioni gravi sia da un punto di vista psicopatologico, sia a causa di contesti familiari e sociali multiproblematici, situazioni nei confronti delle quali i trattamenti di tipo ambulatoriale non risultano sufficienti. Peraltro, come è noto, nel Lazio e a Roma i Centri di Salute Mentale perloppiù non corrispondono alle caratteristiche di tale definizione: operano come ambulatori specialistici, né hanno mai coltivato una pratica di sostegno domiciliare, tanto meno investono nel lavoro di rete e di integrazione socio-sanitaria, naturalmente eccezioni a parte.
Le esperienze che in questi anni sono andate sviluppandosi in forma diversa e variegata (dalle comunità terapeutiche ai gruppi appartamento) sono una ricchezza in quanto abbiamo verificato che possono rappresentare un contesto peculiare, anche temporaneo, di presa in carico del paziente che permette la continuità, l'integrazione, il riverbero tra cura e vita; un contesto nel quale il normale flusso della vita quotidiana e degli atti che ne fanno parte, non si interrompe, facilitando da parte del paziente l'acquisizione o il recupero di competenze "a vivere con se stesso e con gli altri" nonostante le difficoltà, i limiti, la malattia, la disabilità. Tale ricchezza abbiamo il dovere di conoscere, far conoscere, valorizzare, difendere. Questo sviluppo però non è stato adeguatamente governato ed è stato lasciato quasi sempre alla libera iniziativa e alla buona volontà dei singoli Servizi, del privato sociale e del privato imprenditoriale.
La Regione Lazio ha inteso regolamentare questa materia, ma il giusto intento di trovare nuove definizioni, si è trasformato in vincoli normativi sulla base di modelli ospedalieri.
Invece, quando la sofferenza richiede trattamenti e attenzioni protratte nel tempo, sappiamo bene che il ricorso a ricoveri prolungati ha effetti iatrogeni e vediamo ogni giorno che l'efficacia della cura è tanto più evidente quanto più gli ambiti in cui essa si svolge sono simili ad abitazioni. A questo punto, le contraddizioni esistenti tra le conoscenze acquisite e praticate, e le definizioni stabilite dalla normativa danno spazio ad eventi drammatici che ricascano innanzitutto sui pazienti: ci riferiamo alle note vicende seguite ai controlli dei NAS.
Ci chiediamo quale logica sottenda eventi quali: - sopralluoghi notturni in civili abitazioni prese in affitto da ex degenti dell' O.P. ; - dichiarazioni di incongruità della presenza in strutture sociali per anziani di pazienti già psichiatrici; - richiesta di parametri ospedalieri nei gruppi appartamento che accolgono utenti dei DSM; - contestazione dell'autosomministrazione dei farmaci da parte dei pazienti (competenza per raggiungere la quale gli operatori hanno lavorato a lungo); - definizione di struttura sanitaria in funzione dell'esistenza di prescrizioni di psicofarmaci agli ospiti di una casa.
Ci sembra che di fronte a tutto questo sia mancata una presa di posizione forte e comune da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale e delle Amministrazioni, nel senso che questi problemi non sono stati considerati come parte sostanziale nella tutela della salute mentale, quanto piuttosto singoli episodi per cui trovare singole soluzioni. Non vorremmo che la ricchezza esperienziale a cui prima abbiamo fatto riferimento si traduca in processo di razionalizzazione teso ad individuare prestazioni, competenze, tipologie, requisiti, con il risultato di demotivare gli operatori, far scadere la qualità complessiva della risorsa e in ultima analisi determinare fatalmente fenomeni di regressione. Non vorremmo che le strutture residenziali fossero di fatto avviate verso un processo di istituzionalizzazione precostituendo il circuito separato previsto dalla proposta di legge Burani.
La domanda di residenzialità è in costante aumento, questo dato però andrebbe letto con attenzione e sicuramente disarticolato: non è una domanda indifferenziata perché i bisogni e i problemi a cui si deve rispondere sono diversi. E' necessario adottare scelte di programmazione sanitaria e sociale integrata, sulla base delle evidenze disponibili e del coinvolgimento di tutti i referenti interessati.
Alla luce di queste brevi considerazioni esprimiamo forte preoccupazione per il perpetuarsi di una situazione confusa, di mancanza di investimenti e di programmazione legate ai bisogni espressi dalla popolazione. Negli ultimi due anni non si è aperta alcuna struttura residenziale pubblica mentre, soprattutto in provincia, si è autorizzata l'apertura di strutture private peraltro di due uniche tipologie: "Per Acuti e Subacuti" e "Ad Alta Assistenza".
La carenza di strutture nella città di Roma e la carente diversificazione delle stesse in tutto il territorio regionale determina fenomeni quali: - difficoltà a garantire la continuità terapeutica per le persone in carico ai DSM di Roma, costretti ad utilizzare strutture lontane dal territorio di competenza; - intasamento delle strutture attuali per la mancanza di strutture a minore intensità assistenziale, di strutture socio-assistenzilali , di alloggi privati; - uso inappropriato delle strutture residenziali sanitarie per carenza della risposta la bisogno prevalentemente alloggiativo e/o assistenziale; - aumento dei costi di assistenza sanitaria.
Ai presenti chiediamo di poter riflettere insieme in un gruppo di lavoro che si faccia promotore di interrogazioni nei confronti degli Enti preposti, di una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei mezzi di comunicazione e dell'organizzazione di una giornata di studio, nella quale possano essere raccolte le opinioni e le voci di diverse competenze (magistrati, utenti, familiari, operatori, sociologi, amministratori etc) o di altro che la stessa Consulta può proporci.
Grazie comunque di averci ascoltato.