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Assemblea
pubblica sul S. Maria della Pietà
27
marzo 2004 – Sala Fredda della CGIL
Relazione
di Carla Carolina Minieri (Comitato Promotore)
Esistono
pochi luoghi, a Roma, che hanno il valore simbolico e storico del S.Maria della
Pietà.
Migliaia e migliaia di persone, vi sono state rinchiuse durante un intero secolo. Ad esse è stata negata la dignità, la personalità, ogni diritto di difesa e di riscatto.
Questo non dobbiamo mai dimenticarlo e, anche se qui, in questa assemblea, ci sono persone sensibili, impegnate, molte proprio nel campo del disagio sociale o psichico, non possiamo che iniziare questo incontro ricordando la storia di un luogo che è la storia di donne e uomini di questa città. Di cittadini romani verso cui come comunità siamo ancora profondamente debitori.
E quando migliaia di cittadini sono colpiti nel profondo della loro persona, dei propri sentimenti e del proprio vivere, beh, allora, è l’intera città ad essere colpita. Ad avere il diritto di essere risarcita di un danno sociale, ad avere il dovere di non dimenticare e di non ripetere ciò che è stato. Questo intendiamo quando diciamo MAI PIU’ MANICOMIO. Intendiamo mai più quelle strutture, mai più quelle pratiche ma anche mai più quelle filosofie che le hanno determinate, quelle distrazioni che le hanno permesse, quei silenzi che le hanno rese possibili.
Il S.Maria della Pietà sta nella memoria cittadina come vi sta via Tasso. I luoghi che hanno rappresentato l’orrore e che devono rappresentare il riscatto e la restituzione.
Partiamo proprio da qui. Nessuno potrebbe considerare via Tasso o le Fosse Ardeatine come luoghi dismessi, cancellare le tracce di ciò che sono stati, proporne un riuso privo di significato.
Beh, siamo qui anche per dire che nessuno ha il diritto di cancellare la memoria del Manicomio né quella della sua chiusura, perché, in Italia, per migliaia e migliaia di persone esiste una sorta di speciale 25 aprile che ha un nome: Franco Basaglia, e un numero: 180 e una data 13 maggio 1978.
E invece, le tracce del Manicomio, i segni, i significati del manicomio, vengono cancellati ogni giorno praticamente e simbolicamente.
Il padiglione 8 è l’esempio più eclatante. Durante il secolo dei manicomi è stato il padiglione dei bambini. Spesso mandati dagli orfanatrofi che se ne liberavano adducendo comportamenti anomali: aggressività o eccessiva timidezza. Ma, nel finire del secolo dei manicomi, il padiglione 8 è diventato un laboratorio artistico dove attraverso la scrittura, la pittura, il teatro, iniziava il cammino di molti verso la ricostruzione e la liberazione.
Per alcuni anni il padiglione 8 è poi rimasto vuoto, pieno di murales: i segni delle presenze umane che lo avevano trasformato. Da luogo di reclusione a luogo di espressione.
Se avessimo voluto preservare la memoria di quel padiglione, quale uso migliore se non un centro di produzione artistica aperto alla città, salvaguardarne i segni, curare meticolosamente, fin nei dettagli il recupero ed il restauro di quei murales ?
E invece no! Il padiglione 8, ristrutturato, nuovo e luccicante è, oggi, una clinica veterinaria.
Quel padiglione, forse più degli altri, rappresenta visivamente e concettualmente l’abominio che si sta compiendo: si sta riempendo il S.Maria della Pietà di strutture sanitarie, le più disparate, esattamente come si farebbe per una fabbrica dismessa. Spazio libero, cose da metterci dentro, bilanci compatibili.
Ma anche peggio ! Tra un ambulatorio, un ufficio, e un padiglione ancora abbandonato, hanno trovato posto il SERT, cioè il servizio destinato alle tossicodipendenze, il centro di Neuropsichiatria infantile, una comunità alloggio, una Residenza Sanitaria Assistita geriatrica.
Quando si cancellano le tracce ecco ciò che succede. Qualcuno può benisimo pensare di portare al S.Maria della pietà un po’ di quel disagio sociale che in questa città fatica a trovare spazi. In fondo, ci sono 34 padiglioni, perché non usarli per gli anziani non autossuficienti, i disabili, i minori a rischio, i malati terminali ?
E perché dunque non usarli per i malati di mente?
Quando diciamo mai più manicomio diciamo questo. Perché il S.Maria rischia, materialmente e drammaticamente, di divenire questo, il nuovo manicomio, forse con standard ospedalieri più moderni, ma nuovamente luogo di concentrazione del disagio, della malattia, della diversità, della follia.
Questa città non può permettersi questo. Come non potrebbe permettersi di situare un comando dei Carabinieri in via Tasso o un centro diurno per minori a Regina Coeli.
Ma non vogliamo apparirvi solo attenti ai simboli, che pure rappresentano l’immaginario di una città, la sua stessa identità.
Il S. Maria rappresenta oggettivamente uno spazio di grande valore architettonico e ambientale. E’ stato lo stesso Consiglio Comunale a sancirlo nel momento in cui ha inserito il Santa Maria tra le centralità urbane previste dal PRG.
Si tratta della sola centralità completamente pubblica e senza previsione edificatoria: da questo punto di vista, è un luogo unico nella città.
E’ necessario ora dare alla centralità una forma e una sostanza coerenti con le scelte urbanistiche intraprese. L’aver inserito il S. Maria tra le centralità urbane chiama infatti il Comune di Roma alla responsabilità della sua pianificazione.
E’ necessario altresì dare risposte ai bisogni dei cittadini del territorio. Quartieri come Primavalle e Monte Mario hanno visto la propria vita e la propria storia intrecciarsi con quella del Manicomio, hanno partecipato, negli anni, alla dismissione dei manicomi, dalle prime feste, negli anni 70, all’occupazione delle palazzine di via S.Igino Papa che ospitarono i primi pazienti dimessi dal manicomio.
E’ doveroso porre attenzione ai bisogni di quei cittadini che vivono oggi il S.Maria come uno spazio proprio, che corrono nel suo parco, che immaginano, ed esprimono il bisogno di luoghi di incontro, di socialità e di relazione.
A quei cittadini che hanno animato il S.Maria negli anni successivi alla dismissione, nelle iniziative, nei concerti, ed anche nell’impegno sociale, nell’elaborazione di progetti di utilizzo, nella richiesta che si è espressa, durante gli anni, alle istituzioni.
La richiesta di prendersi in carico il S.Maria della Pietà. Seriamente !
E’ proprio questa la richiesta rilanciata dai 9000 cittadini romani che hanno firmato a sostegno della nostra Delibera.
La Delibera di Iniziativa Popolare è stata lanciata dopo anni di battaglie e anche dopo anni di delusioni. Abbiamo visto, negli anni, rappresentanti delle Istituzioni locali pronunciare impegni e poi disattenderli, sprazzi di attenzione perdersi nell’incapacità di progettare, governare i processi, confrontarsi con i bisogni.
Si è raggiunto anche qualche obiettivo: la gestione comunale del parco, i finanziamenti per il Giubileo, il Municipio, ma nulla che si avvicini all’unico obiettivo significativo: un progetto di riutilizzo unitario che rispetti il valore del Comprensorio S. Maria della Pietà, e ne rispetti la storia; che escluda per sempre qualsiasi riproposizione di ciò che esso è stato, che esalti e prospetti tutto ciò che è l’opposto del Manicomio.
L’abbiamo detto per anni: da luogo di esclusione a luogo di inclusione sociale. Da luogo chiuso a luogo aperto alla città.
La Delibera, dicevamo, ha riaperto una discussione che sembrava ormai chiusa. Ha riportato la città a discutere del manicomio e del suo riutilizzo. Crediamo che sia un merito e che questo incontro ne suggelli la concretezza.
Ci siamo curati, ben oltre il ruolo che spetta alla società civile, di elaborare proposte concrete.
Chiediamo infatti l’acquisizione comunale perché è l’unica possibilità ed anche la più logica per sottrarre il S.Maria della Pietà al processo di ospedalizzazione in atto e per definirne un uso al servizio della città. Ma non ci limitiamo a chiedere l’Acquisizione tout court. Sappiamo bene che il Comune di Roma non ha risorse sufficienti, che, anzi, subisce duramente la politica dei tagli agli enti locali.
Facciamo una proposta. Attenzione, non pensiamo sia necessariamente l’unica possibile ed anzi, crediamo che i nostri interlocutori più sensibili possano elaborarne altre.
Però crediamo che la proposta contenuta nella delibera sia credibile e, soprattutto forte sul piano politico.
Chiediamo al Comune di Roma di mettere a disposizione della Regione parte del proprio patrimonio, destinandolo al sistema della psichiatria, in cambio della proprietà dei padiglioni del S.Maria della Pietà. Ciò di cui hanno bisogno i pazienti e gli operatori è infatti la disponibilità di spazi in cui realizzare strutture comunitarie integrate con il territorio, così come nello spirito della civilissima legge Basaglia.
Chiediamo dunque lo scambio, che non solo è pratica consueta, tra enti locali, per acquisire le aree che interessano.
Che non solo è un modo praticabile per acquisire il comprensorio del S.Maria della Pietà.
Ma è anche un modo concreto per porre alla Regione e alla ASL il problema della drammatica carenza di strutture socio-sanitarie per la prevenzione e la cura del disagio psichico. E’ un modo concreto per porre la questione del rispetto della legge finanziaria dell’87 e di quelle successive che prevedono che il patrimonio degli ex OP sia investito in servizi legati alla salute mentale.
E’ quindi, la nostra proposta, un modo per rispondere seriamente alle richieste dei pazienti, dei familiari e degli operatori che vedono drammaticamente ridursi le risorse per gli interventi socio-sanitari e rischiano ogni giorno la chiusura delle esperienze più avanzate di intervento legate alla legge 180.
Certo, sappiamo bene che le politiche regionali vanno esattamente nella direzione opposta. Da una parte si finanziano le convenzioni con le cliniche private (che sono già di fatto, dei nuovi manicomi), dall’altra si frappongono mille ostacoli economici ed organizzativi ai DSM, alle strutture comunitarie, a qualsiasi esperienza che predilige l’intervento sociale alle forme unicamente medicalizzate ed ospedaliere.
Certo, sappiamo bene che la Regione Lazio sta facendo praticamente quello che la legge Burani-Procaccini vorrebbe fare.
Sappiamo dei controlli dei NAS, degli standard assurdi che vengono richiesti alle case famiglia che ospitano i pazienti psichiatrici. Sappiamo della tragedia di chi, faticosamente ha intrapreso un percorso terapeutico fondato sulla riconquista del vivere quotidiano, della riacquisizione dell’autonomia, della ricostruzione di contesti sociali e relazionali e che, oggi, vede profilarsi l’incubo della clinica, della RSA (magari, perché no, proprio al S.Maria della Pietà).
Sappiamo tutto questo, ma proprio per questo, chiediamo al Comune di farsi interprete di un modo diverso di intendere l’intervento sociale.
Assumendo la proposta di scambio (magari anche a partire dall’enorme debito della Regione relativo all’ICI non pagata dall’ATER) e assumendo la proposta di destinare parte del patrimonio proprio a quelle strutture oggi sotto attacco, l’amministrazione comunale farebbe 2 volte il proprio dovere: nel rivendicare la salvaguardia e l’uso pubblico del S.Maria della Pietà e nel proporre una soluzione, anche se parziale, ai problemi che vivono oggi i pazienti, i familiari e gli operatori.
L’acquisizione, per noi, è un atto propedeutico alla realizzazione di un progetto partecipato di utilizzo.
L’approvazione della Delibera ma ancora di più la sua attuazione può liberare energie, rinsaldare un rapporto costruttivo tra istituzioni, cittadini e realtà associative. Solo un processo partecipato e condiviso può attivare le intelligenze, le idee, le capacità per realizzare un progetto praticabile ma di alto profilo che possa valorizzare il S.Maria della Pietà e con esso la città di Roma.
Ma per far questo, lo vogliamo dire con sincerità, è necessario che la giunta comunale parli con una sola voce.
Con la Delibera, chiamando il Consiglio Comunale ad una scelta pubblica e trasparente, vogliamo anche che si interrompa la prassi deleteria di atti scollegati, sconnessi, a volte contraddittori. Ad esempio chiediamo una parola chiara al Comune perché, nella contrattazione sui padiglioni da destinare al Municipio si chieda alla ASL di trovare una soluzione dignitosa al Centro Diurno “La voce della Luna” che attualmente occupa il padiglione 29 (destinato appunto al Municipio) perché con i laboratori artistici e le attività che promuove, rappresenta esattamente un esempio di come si possa utilizzare lo spazio nel segno dell’integrazione e della socialità. Così ci si deve preoccupare anche della sorte della Cooperativa integrata che gestisce la falegnameria nel Padiglione 41.
E’ necessario che l’assunzione di responsabilità sia propria di tutta l’amministrazione, che sia sottratta all’autonomizzazione, a volte benefica, a volte negativa, dei singoli assessorati.
Vogliamo fare degli esempi che chiariscano quello che intendiamo:
Nel 2000, in occasione del Giubileo, furono stanziati 25 miliardi per ristrutturare 7 padiglioni del S.Maria della Pietà.
1 era la chiesa;
1 era l’ex lavanderia che doveva essere destinata a centro socio-culturale e che invece oggi viene affittata a caro prezzo, senza guardare in faccia a nessuno, neanche alle associazioni no profit;
5 padiglioni dovevano diventare una struttura ricettivo-turistica con una mensa gestiti da Cooperative integrate
In quell’occasione, oltre alle associazioni e ad alcuni dirigenti ASL illuminati, anche molti consiglieri regionali, comunali e municipali (di cui alcuni sono qui presenti) si batterono per questo obiettivo con l’idea che queste risorse avrebbero potuto essere funzionali alla realizzazione di un ostello della gioventù e per il turismo povero e studentesco. Questa ipotesi, a più riprese è stata sostenuta da rappresentanti del Comune di Roma.
Sappiamo tutti quanto servano in questa città strutture ricettive.
?Allora, chiediamo, non è una contraddizione in termini che nel nuovo piano regolatore, nella Centralità Urbana S.Maria della Pietà, non risulta presente la funzione ricettività e turismo oltre a non esserci neanche quella relativa a “cultura e servizi congressuali”?
Non è anche questa contraddizione ad offrire una sponda preziosa alla ASL RME che pochi mesi fa ha cambiato la destinazione d’uso di due dei 4 padiglioni da struttura ricettiva a uffici e servizi sanitari?
E’ questo il primo impegno che chiediamo a tutti: sostenere, nel dibattito comunale e regionale, le osservazioni al Piano Regolatore fatte dalle associazioni che propongono di inserire tra le funzioni del S.Maria della Pietà anche ricettività e turismo e cultura.
Una sola voce, dicevamo, ed un processo trasparente e pubblico. Perché la Delibera non basta.
La nostra è una Delibera di indirizzo, importante sul piano politico, ma, anche se approvata, potrebbe restare lettera morta, in assenza di atti che la mettano in pratica.
Durante la discussione del Bilancio Comunale, ad esempio, vanno resi operativi gli indirizzi della Delibera.
Ancora, va resa significativa la gestione comunale del Parco pensando al S.Maria della Pietà come uno dei luoghi dell’estate romana.
E’ necessario che il Comune di Roma si esprima, unitariamente, per rivendicare la gestione dell’ostello della gioventù al S.Maria della Pietà e che rivendichi la gestione dell’ex lavanderia. Proprio i padiglioni dell’ostello e la ex lavanderia potrebbero essere insieme al Municipio il primo nucleo di padiglioni sul quale ipotizzare una transazione e un’acquisizione.
Questi gli impegni che chiediamo, oggi, ai nostri interlocutori, ai rappresentanti del Comune, ma anche delle altre istituzioni.
Chiediamo anche che la Delibera sia discussa al più presto dal Consiglio comunale. Secondo il regolamento dovrebbe essere discussa entro il 5 aprile.
Da parte nostra c’è l’impegno a portare avanti una vertenza complessa e difficile e di sostenere, per usare una definizione cara a chi si occupa di salute mentale, ogni “buona pratica” venga messa in atto.
Abbiamo raccolto consensi ed adesioni su una vertenza che ne contiene molte al suo interno.
Abbiamo, con fatica, composto i pezzi di un puzzle fatto di bisogni e di soggetti. L’ambientalismo che vuole e pretende una pianificazione della città partecipata e collegata ai bisogni più che agli affari, l’associazionismo culturale che rivendica spazi e opportunità, la cooperazione sociale che vive sulla sua pelle il taglio delle risorse, l’attacco allo stato sociale, l’attacco alla sanità diffusa e pubblica.
Non solo nel testo della Delibera, ma nel metodo con cui abbiamo portato avanti questa vertenza c’è l’idea forte della partecipazione, della possibilità, cioè, che istituzioni, associazioni e cittadini possano condividere il governo della città, elaborare proposte, realizzare progetti.
Soprattutto intendiamo proporre luoghi pubblici, aperti, trasparenti di discussione, dove ogni soggetto, per il ruolo che ha, prenda posizione, dichiari i propri orientamenti ed espliciti i propri impegni.
Questa assemblea vuole essere il primo atto di questo processo.
Per il S.Maria della Pietà ma forse, con l’ambizione di rappresentare anche qualcosa di più…