Diciannovesima.net
/ HOME / DOCUMENTI
/ CRONOLOGIA / LINK/
CONTATTI
Articolo uscito sul settimanale "Carta" - maggio 2003
S.MarIA
DELLA PIETA' MAI PIU' MANICOMIO
di Massimiliano
Taggi
IL SANTA MARIA
DELLA PIETÀ non è un luogo qualsiasi. Non è una fabbrica abbandonata né un
ospedale né un insieme di edifici. Il Santa Maria è l'ex manicomio provinciale
di Roma.
Per quasi un
secolo, i padiglioni del Santa Maria della Pietà hanno "accolto" i
matti, i diversi, gli esclusi di una società che aveva bisogno del manicomio
per far finta di essere sana.
Poi, i "matti" sono usciti, lentamente, prima nell'immaginazione dei
pionieri della psichiatria democratica, poi, in carne e ossa, attraverso un
lungo e doloroso percorso di liberazione che porta il segno dell'esperienza di
Franco Basaglia e, infine, di una legge che prende il suo nome. I quartieri di
Monte Mario e Primavalle hanno vissuto questo evento, i suoi abitanti sono
stati i primi a incontrare e accogliere quelle donne e quegli uomini, a
conoscerne le storie dolorose fatte di elettroshock, violenze e negazione
dell'identità. E i "matti" hanno raccontato, attraverso le poesie e i
quadri, attrraverso i brevi incontri all'incrocio o al mercato, il loro
personale campo di concentramento e il loro proprio "25 aprile".
Nell'estate del '96, l'ultimo padiglione del manicomio provinciale è stato
dismesso.
Entrare fuori, uscire dentro
Immediatamente
è apparsa a tutti l'opportunità e la necessità di riempire quel luogo fisico,
trentacinque padiglioni e un parco senza più "matti". Qui inizia la
discussione intorno al Santa Maria della Pietà: quale utilizzo farne? Cosa deve
o può diventare l'ex manicomio? Per alcuni, come spesso avviene, quel
comprensorio è apparso come una grande, immensa potenzialità economica:
immaginate trentacinque palazzine primo Novecento, immerse nel verde, a ridosso
di un quartiere popolato. Per altri, invece, si trattava [e si tratta] di
restituire quello spazio alla città, preservarne la memoria, non attraverso la
semplice conservazione, ma operando una vero e proprio salto di paradigma:
trasformare il simbolo dell'esclusione nel laboratorio dell'inclusione sociale,
sostituire la cura con la prevenzione, aprire i cancelli alla città e ai suoi
bisogni.
"Entrare fuori, uscire dentro", così si intitolava una delle prime
iniziative del nascente coordinamento Città Ideale, a metà degli anni '90.
Quest'ambizione ha visto unite, infatti, decine di associazioni, forze
politiche, cooperative e cittadini in una vertenza durata quasi dieci anni per
tentare di imporre un progetto socio-culturale che tenesse conto del valore
simbolico, materiale e sociale del Santa Maria della Pietà.
Un luogo aperto e partecipato
Negli anni tra
il '94 e il 2002, il coordinamento Città Ideale ha promosso feste, convegni,
elaborato un progetto di utilizzo. È difficile fare un bilancio di questo
lavoro. Da una parte, alcuni risultati sono stati raggiunti: basti pensare che
il primo progetto della Asl, ente che gestisce la proprietà del comprensorio,
prevedeva la vendita tout court dell'intero Santa Maria. Poi, nel 2000, in
occasione del Giubileo, furono stanziati 25 miliardi per ristrutturare alcuni
padiglioni, allo scopo di farne strutture di accoglienza per i pellegrini. Ma
la conquista più importante è stata quella di obbligare il comune a stipulare
una convenzione che assicurasse la gestione e l'utilizzo pubblico del parco.
Dall'altra parte, però, la sostanziale sordità delle istituzioni [anche quando
il centrosinistra governava da Palazzo Chigi al municipio, passando per
regione, provincia e comune], ha determinato l'impossibilità di raggiungere gli
obiettivi più significativi, soprattutto quello di fare del Santa Maria un
luogo aperto alla città, patrimonio collettivo e condiviso.
Oggi l'ex manicomio più grande d'Europa è un insieme di strutture,
prevalentemente sanitarie, gestito dalla Asl con una logica privatistica e
prettamente economica. Ciò che è più grave, però, è il significato che assume
la presenza sempre più invadente di strutture assistenziali, case famiglia,
Residenze sanitarie assistite, senza contare la dislocazione del Sert [Servizi
per le tossicodipendenze]. Per chi ha memoria, questo accentramento dei luoghi
di cura e di assistenza sembra assomigliare troppo a un nuovo manicomio.
La Asl ha tutta
la convenienza ad accentrare strutture sanitarie e assistenziali in un unico
comprensorio di sua proprietà, piuttosto che dislocarle sul territorio
lavorando sull'integrazione sociale. Tanto più dal momento che, essendo
espressione burocratico-manageriale di una Regione Lazio amministrata dal
camerata Storace, ha dalla sua un clima politico del tutto favorevole: la
proposta di legge del governo, a firma Burani-Procaccini, che sta per essere
discussa in parlamento, è una vera e propria controriforma che azzera molti dei
capisaldi della legge Basaglia, reintroducendo concetti quali "inserimento
coatto", "restringimento delle libertà personali", "controllo",
"trattamento obbligatorio", "rieducazione forzata".
Nel frattempo,
tanto per dare un'idea, numerose case famiglia rischiano la chiusura perché le
Asl tentano di imporre standard ospedalieri: in poche parole, non si può
cucinare ma bisogna farsi mandare cibi precotti, serve la cappa aspirante e via
dicendo. Rischia di riaprirsi così una stagione oscurantista intorno alla
salute mentale e il Santa Maria rischia di esserne un laboratorio.
Questa
emergenza rende ancora più centrale la vertenza intorno al riutilizzo di questo
come di tante strutture analoghe in giro per l'Italia, uscendo dalle secche di
una discussione, anche interna alla sinistra, in cui troppo spesso si è
preferita la strategia della mediazione istituzionale all'ipotesi forte di un
percorso partecipato.
Così, la
proposta originaria del Piano regolatore, che prevedeva l'edificazione di 250
mila metri cubi di cemento all'esterno del Santa Maria era segnata proprio da
questa logica tutta economicista e apparentemente pragmatica. In pratica, veniva
detto, rendendo edificabile un'area si recuperano risorse economiche con le
quali, forse, si potrà sviluppare un progetto per il comprensorio dell'ex
manicomio.
Ancora una
volta, quindi, mancava [e tutt'ora manca] la capacità di pensare alla politica come
la possibilità di immaginare e scegliere, investire risorse ed energie, almeno
con la stessa fantasia con la quale si prospettano metri cubi e grandi opere.
5 mila firme per l'acquisizione
La battaglia
aperta dalle associaziooni ambientaliste, dalle realtà del territorio, dai
gruppi comunali di Verdi e Rifondazione, ha permesso di evitare questa
ulteriore offesa al territorio: ma ora la questione di cosa succederà del Santa
Maria diventa impellente. Per questo, le associazioni lanciano una sfida, in primo
luogo al comune : se è vero che il Santa Maria non è un luogo qualsiasi,
l'amministrazione comunale deve assumersi la responsabilità di investire
economicamente e politicamente su di esso. Il Piano regolatore sancisce che
l'area del Santa Maria è una centralità urbana: occorre ora dare senso e
significato a questa definizione.
La richiesta
delle associazioni è quindi quella di fare in modo che il comune di Roma
sancisca che il Santa Maria diventi, sostanzialmente, oltre che formalmente,
proprietà pubblica; e faccia sì che si apra un percoso partecipativo che
definisca un progetto di utilizzo sociale e culturale a livello cittadino.
Con questa piattaforma partirà una raccolta di firme per una delibera
d'iniziativa popolare.